Musica, primo capitolo di riflessioni sparse su chi ho amato.

Musica: riflessioni e disillusioni prima parte
Depeche Mode: Spirit.

Ci sono delle volte in cui mi chiedo se i miei gusti riguardanti la musica stiano invecchiando, oppure sono alcune delle band che ascoltavo prima e che oggi non riescono a essere più incisive come lo erano una volta. Volevo fare due esempi significativi ma non riesco ad essere concisa per includerli entrambi quindi ho deciso che dividerò in due parti. La prima dedicata ai Depeche Mode, la seconda ai Radiohead. Spero che vogliate seguirmi in questo. So già da ora che mi esporrò agli strali dei fan. In realtà sono semplicemente pensieri sparsi di una persona che ha amato tanto la musica di cui andrò a parlare.

Quando ho sentito che sarebbe uscito un nuovo disco dei Depeche Mode la mia reazione è stata di tiepida curiosità. Non mi fraintendetemi: pur sapendo che ormai era difficile che loro bissassero opere come Violator o Ultra, avevo comunque apprezzato i successivi Sounds of the universe e Delta Machine. Riuscivo a trovare ancora la loro magia fatta di solide canzoni composte da autori che non avevano più nulla da dimostrare a nessuno se non a se stessi. Pezzi come Wrong, Come Back (di cui amo sia la versione demo da studio che la resa finale su disco) e Peace avevano trovato il loro posto all’interno della mia personale classifica di pezzi preferiti, come anche Alone e The child inside (un pezzo di un’eleganza infinita che solo questo gruppo riusciva a fare). Quindi se leggete questo articolo sappiate che, pur seguendo la band da tanto tempo, non sono certo come quei fan che non riescono ad accettare le nuove opere. A me, alla fine, interessa solo la musica. Ed è proprio questo il problema di Spirit. La musica che mi aveva preso sin dall’inizio, sembra mancare totalmente. I suoni prima di tutto: non so cosa sia successo in sala di missaggio con questo disco. Sarebbe stato bello sentire la versione da studio, come è accaduto in precedenza, ma dubito che avrebbe fatto molta differenza. Ingenuo il tentativo da parte di Gahan e soci di vendersi come band preoccupata per quello che sta accadendo nel mondo con “Where’s the revolution”. Il risultato è appunto fin troppo naif, riportandoci indietro con la mente a People Are People – ma almeno in quest’ultima avevano dalla loro la scusante della giovane età degli autori. Per trovare un piccolo barlume di idea interessante si deve arrivare a You Move. Però se dovessi fare il paragone con Ghost – outtake di Sounds of the universe – o In your room che entrambe condividono la stessa tematica, in un certo senso, ne esce con le ossa rotte. Nella mia mente si è fatta strada l’idea di You Move come di un uomo che un tempo aveva un fascino incredibile ma a cui il tempo ha tolto tanto, troppo, e che compie le stesse mosse risultando patetico perché non si rende conto che la magia è finita. A rischiarare un disco povero di idee davvero intriganti, e vagare ad ogni canzone alla ricerca disperata di ritrovare il vecchio incanto del gruppo, arriva Poorman. Finalmente si intravede qualcosa di ciò che mi ha fatto innamorare. Bella, sentita, secca nella ritmica. Credibile nella tematica e nella forza con cui viene espressa. Forse avrei evitato i coretti ma non si può certo chiedere il miracolo in un disco che già offre molto poco all’ascoltatore. La voce è secca, decisa, particolarmente ispirata ed efficace. Qui la critica sociale sembra quasi credibile al contrario di quanto era accaduto con il singolo apripista.
Hey, there’s no news
Poor man still got the blues
He’s walking around in worn out shoes
With nothing to lose

L’altra perla di un disco deludente, dal mio punto di vista, è Fail. Affidata alla intensa voce di Martin Gore e ci rivedo vaghi echi del passato di una band che aveva fatto delle atmosfere cupe il proprio marchio di fabbrica e i suoni graffianti, rumorosi, possenti, sono al servizio di un testo che vuole essere un grido di delusione e allarme. E’ un vero peccato che si faccia così tanta fatica ad arrivare ad un gioiellino simile. L’unico brano che mi viene davvero voglia di riascoltare più volte di tutto il disco. Mi pongo nuovamente la domanda di inizio articolo: sono io che sto invecchiando oppure sono i Depeche Mode, in questo particolare caso, a non essere riusciti a confezionare un disco all’altezza degli standard a cui eravamo abituati? Non so dare risposta. Nel prossimo capitolo parlerò dei Radiohead. E lì il percorso sarà molto diverso e forse anche più lungo di questo. Intanto vi lascio con il video e il testo di Fail.

People, do we call this trying?
We’re hopeless, forget the denying
Our souls are corrupt
Our minds are messed up
Our consciences, bankrupt
Oh, we’re fucked
People, what are we thinking?
It’s shameful, our standards are sinking
We’re barely hanging on
Our spirit has gone
And once where it shone
I hear a lonesome song
People, how are we coping?
It’s futile to even start hoping
That justice will prevail
That truth will tip the scales
Our dignity has sailed
Oh, we’ve failed

4 commenti su “Musica, primo capitolo di riflessioni sparse su chi ho amato.

  1. Non conosco bene i Depeche Mode quanto te ma ho letto con molto piacere questa tua recensione molto appassionata e vibrante cara socia. Non ho potuto ascoltare la canzone che hai messo (lo farò al più presto), però dal testo che hai lasciato sembra interessante. Mi domando anche io quello che dici tu. Se siamo noi o loro ad essere invecchiati, forse entrambi, chissà.

    • krishel il said:

      Può anche essere che siamo invecchiati entrambi, che i miei gusti siano cambiati ma forse non così tanto. Non lo so. Come ho detto nell’articolo, non so darmi una risposta.

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