Phil Collins, Non sono ancora morto, l’autobiografia

Nel post precedente avevo tentato di fare una riflessione sui pericolo di raccontare una sola storia di un popolo e ora, vorrei fare lo stesso con una persona: Phil Collins, appunto. Ci sono un sacco di cose che non sapevo su di lui. Però, prima di tutto , visto che in fin dei conti sto tenendo questo blog più per me che per altri, racconterò un antefatto personale e poi andrò ad esaminare il libro vero e proprio.
Come lo stesso Collins, afferma nel libro, “negli anni 80 è difficile sfuggirmi” e, in realtà, non credo neanche di averci provato. In quegli anni ero solo una preadolescente e, successivamente, una adolescente che cercava di sfuggire da una timidezza cronica (che mi porto dietro ancora ora) e da un ambiente come quello scolastico che lasciava molto a desiderare soprattutto per le persone come me.

CIRCA 1973: (L-R) Tony Banks, Phil Collins, Mike Rutherford, Steve Hackett and Peter Gabriel of the progressive rock band Genesis pose for a portrait in circa 1973. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Ho trovato una via di fuga nella musica e, complice un regalo fatto – a Natale? al compleanno? Non ricordo con precisione – di una radio vecchio stile mi porta ad ascoltare veramente di tutto. Niente distinzioni. Quello che lo speaker decideva di passare alla radio, io lo ascoltavo. E ovviamente era inevitabile imbattersi in Phil Collins. Ed è successo molto prima di arrivare a Peter Gabriel tramite Don’t give up e Kate Bush. Prima c’è stato Invisible Touch dei Genesis. So già che qualcuno, leggendo queste parole, esclamerà sicuramente: scusa conoscevi i Genesis e non Gabriel che è stato il suo cantante? Ebbene si. Non si era certo ai tempi in cui internet era diffuso come ora e le informazioni si trovavano su Google. So che la cosa può suonare strana a chi non c’era all’epoca ma era così che funzionava: dovevi pregare di avere un fratello o una sorella appassionata di musica, con uno stereo e che ti introduceva a certi dischi che aveva comprato per se. Ripensandoci con il senno di poi i brani che amavo di più erano quelli più “complessi”: Last Domino e The Brazilian. Segno che molto probabilmente sarei arrivata comunque ad amare Peter Gabriel.
Ok, sto tergiversando, torniamo a bomba.
Il libro si apre poco prima del concerto di Miami del 2016. Phil Collins canterà le sue canzoni con il figlio Nicholas. Ammette che quella è una giornata particolarmente buona visto che l’unico orecchio buono che gli è rimasto sembra funzionare, per cui può sentire la sua voce. “Non sono ancora sordo. Non sono ancora morto.” Così dice. E aggiunge che quando era ragazzino pensava che i suoi idoli di allora alla batteria fossero dei mostri sacri, invincibili e che sarebbero vissuti per sempre. In realtà ha dovuto fare i conti con la loro mortalità. Conclude il prologo dicendo: “Io sono un batterista e so che non siamo invincibili, so io di non esserlo.” E’ un’autobiografia molto lucida e sincera. Collins non fa facili sconti a se stesso e si ripercorre la sua vita nella totalità dagli stentati esordi, ai Genesis e alla carriera da solista.
E la questione della storia singola? Ci arrivo.
Negli anni 80, e per molti anni successivi, ho avuto una visione parziale di Phil Collins. Per esempio sapevo che era autodidatta ma non sapevo che, per questo, si sentiva costantemente insicuro. Soprattutto di fronte agli altri membri del gruppo.  Non ero a conoscenza del rapporto non propriamente buono ma neanche cattivo con il padre e nemmeno che avesse sviluppato una dipendenza da alcool che l’ha portato quasi alla morte. Sapevo che avesse notevoli problemi alla spina dorsale, una conseguenza della vita trascorsa quasi interamente alla batteria ma non che fosse stato operato. E non si salva nemmeno il suo doppio intervento al Live Aid. A me all’epoca era sembrata come qualcosa di assolutamente speciale. In realtà non è andata proprio così.
Curioso il fatto che, mentre leggevo il libro e mi rendevo conto di tante cose, è arrivata pure la lettera di sua figlia Lily che lo perdona di non essere stato il padre che lei avrebbe voluto lui fosse.
E, considerazione personale, prendetela come volete: dubito che si avrà mai un’opera del genere da Peter Gabriel. Un po’ per questioni di tempi ma anche di carattere, credo.
Non so come chiudere questa recensione atipica. Well se siete appassionati di musica almeno come lo sono io e, soprattutto, se amate sapere come vengono fuori certe canzoni, cosa c’è dietro e chi è veramente l’autore… questo libro parla di Phil Collins. Nel bene e nel male.
E il titolo non è per niente una battuta o uno scherzo. Anzi.

2 commenti su “Phil Collins, Non sono ancora morto, l’autobiografia

  1. Molto interessante socia. Non conoscendo bene come te i Genesis, io di loro sono stata solo un’ascoltatrice e queste parole mi piacciono. Amo quando le persone si mettono a nudo e amo anche il fatto che si abbia il coraggio di ammettere che di una storia bisogna conoscere anche i punti nascosti, quelli che magari vanno contro ciò che ci piace credere.

    • krishelhouse il said:

      Ci sono dei punti che fanno particolarmente male della storia. Lui è molto lucido nell’esporlo. Siamo sempre al solito punto socia: vediamo solo quello che ci viene mostrato, i retroscena sono difficili da conoscere.

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