Musica, le mie riflessioni, secondo capitolo: i Radiohead.

Musica: riflessioni sparse seconda parte
Radiohead A moon shaped pool

 

Conosco i Radiohead da meno anni dei Depeche Mode, chiaramente perché sono nati dopo come band e ci hanno messo più tempo ad arrivarmi alle orecchie. In realtà avevo già sentito qualcosa di loro con Creep, loro brano abusatissimo, ma la vera rivelazione è stata – come per il resto del mondo – con Ok Computer. Da lì per me è stato un viaggio a ritroso e posso dire che non sono proprio riuscita ad apprezzare in toto la loro opera. Per dire: di Pablo Honey, edito nel 1993, l’unica che ricordo è appunto Creep; di The bends, anno 1995, so che amavo moltissimo High & Dry (forse perché mi ricordavano un po’ i Crowded House), l’evocativa Bullet Proof I Wish I Was e Street Spirit. Sono passati la bellezza di tre anni da Ok Computer, un successone che aveva decretato che i Radiohead fossero la nuova band del momento da seguire – e ci sono band che chiaramente sono nate dopo aver ascoltato quel disco e aver deciso che era esattamente quello che volevano fare, un nome esemplificativo su tutti: Coldplay. -, a Kid A. Di questo disco ho già parlato in un altro articolo sempre del mio blog: Release me. Quello che non ho detto in quell’articolo è che, semplicemente, il successo era diventato troppo pesante per Thom Yorke e soci, tanto che alla fine non riuscivano più ad amare quello che stavano suonando. Complici la passione per l’elettronica stile Aphex Twin, e simili, di Yorke e l’esigenza di una brusca cesura con il passato si riparte con la voglia di fare ricerca sulla propria cifra stilistica che farà di questa band un caso unico. Ho recensito anche l’altro weird twin di Kid A: Amnesiac. Ho raccontato anche di In rainbow dividendolo in due post: Here come the rainbow e Pearly Gates. E da qui non ho più scritto nulla. Non perché non mi appassionasse ma perché ho sempre temuto di non riuscire ad esprimere quello che avevo in mente. E arriviamo a King of Limbs. Annunciato come disco che doveva mutare la concezione stessa della musica e degli album e che, a mio avviso, ha lasciato un grande senso di incompiuto. Di quel disco io ricordo la sola Codex, che è un brano meraviglioso ma non basta per reggere tutto quanto. O un ep che dir si voglia. Perché alla fine è quello. Si ok lo so, sto tergiversando perché ho paura di dover recensire quest’ultimo disco. Partiamo dall’inizio ossia da come questo disco è stato annunciato.

Improvvisamente i Radiohead sembrano essere spariti da internet. Niente nel sito ufficiale, nel profilo facebook, su twitter, niente di niente proprio. Poi improvvisamente l’arrivo di Burn the witch con il video animato in stop-motion da Virpi Kittu che aveva già lavorato con loro per il brano There, there. Il messaggio del gruppo è abbastanza cupo, un riferimento alla crisi dei rifugiati in Europa. La richiesta esplicita degli autori è di dare un messaggio apparentemente contrario rispetto al testo. Sarà. Ho messo il video, giudicate voi. A me ha messo più di un brivido addosso dietro la schiena, soprattutto nelle sequenze finali. E poi non ho potuto fare a meno di associare l’uccellino iniziale a quello che si vede in Twin Peaks nella sigla. Un omaggio a Lynch? Chissà. Musicalmente il brano non è niente di nuovo sotto il sole Radiohead. Ritmiche sincopate, strumenti ad arco che suonano in maniera stridente, quasi rievoca da lontano le atmosfere di Ok Computer ma senza riuscire ad eguagliarne la bellezza.
Il secondo brano che ci mostra come sarà il disco è Daydreaming. E’ una ballata che ricorda molto Codex o ancora Videotape. E’ ondivaga, cantilenante e il sentimento che la permea è quella di una mesta rassegnazione. Beyond the point of no return. E comincio a capire perché paragonano questo disco a Kid A. Perché il sentimento che circola in entrambi i dischi sembra essere identico. C’è un profondo smarrimento. In Kid A la crisi era stata causata dall’improvviso successo, inaspettato e a malapena gestito dalla band e da Yorke stesso. In A moon shaped pool la ragione è più personale ed è da tributare al divorzio tra Thom Yorke e la moglie, una unione durata ben 23 anni. Half of my life pronunciato al contrario alla fine di Daydreaming. Ma se in Kid A sembrava esservi uno spiraglio di luce, qui invece manca totalmente. Il disco sembra l’espressione di un’anima totalmente avviluppata su se stessa anche quando la musica sembra prendere ritmiche più forti e sincopate.
Glass Eyes è forse il brano più emblematico dell’atmosfera di questo disco. Una canzone minimale, con la voce di Thom Yorke in evidenza. Pochissima elettronica, orchestra quel tanto che basta per rendere a questo acquarello sonoro il giusto pathos. I feel this love to the core cantato con una voce bassa, come se stesse parlando a se stesso e non all’ascoltatore.
Non mi fraintendete. Non sto dicendo che tutto il disco sia centrato sulla perdita di una compagna di vita e sulle conseguenze. Sarebbe sminuire il disco e ignorare che vi sono anche espressi i dubbi e le preoccupazioni degli autori sull’ambiente e sul mondo in genere. Sto insinuando che quell’evento ha comunque permeato un’opera che porta in se il germe della malinconia, di quel dolce rimpianto di cose che potevano essere e non sono state. Avviene anche nei brani più ritmati di A moon shaped pool.
E pian piano sta accadendo la magia. Più ascolti questo disco e più trovi cose che non avevi notato la volta precedente. Forse non saremo di fronte a un’opera originale, né a qualcosa di nuovo per la musica dei Radiohead. Ma qui, più che nel precedente disco che ho recensito, è evidente che il gruppo stia cercando qualcosa. Un nuovo equilibrio, una nuova direzione oppure un semplice assestamento nella propria identità musicale? Anche qui non riesco a dare una risposta. Ma su una cosa sono certa.
Era proprio necessario riesumare True Love Waits che, come pezzo, ha almeno una ventina d’anni e che era già comparsa nel live I Must Be Wrong? Davvero non avevate niente di nuovo a disposizione da mettere al suo posto? Really?
Voglio andare contro corrente e lasciarvi, a fine articolo proprio Glass Eyes con tanto di testo. Forse perché mi ha stregato con la sua dolcezza. (ok pare che non esista un video con questo brano se non in versione live – che trovo un vero peccato – per cui mi tocca mettere il player di wordpress. Spero che i miei lettori riescano comunque a godersi questo gioiellino in qualche modo e che la canzone non si interrompa bruscamente o altre cose strane.)

Hey it’s me
I just got off the train
A frightening place
The faces are concrete grey
And I’m wondering, should I turn around?
Buy another ticket
Panic is coming on strong
So cold, from the inside out
No great drama, message coming in
In the oh-so-smug
Glassy eyed light of day
Glassy eyed light of day

Where the path trails off
And heads down the mountain
Through the dry bush, I don’t know where it leads
I don’t really care
And the path trails off
And heads down a mountain
Through the dry bush, I don’t know where it leads
I don’t really care

I feel this love to the core
I feel this love to the core

3 commenti su “Musica, le mie riflessioni, secondo capitolo: i Radiohead.

  1. Le canzoni le ascolterò a casa perché qui in montagna rischio di finire i gb, ma ho letto con molta attenzione l’articolo e le parole delle canzoni che hai citato. Trovo affascinanti che il disco ti abbia colpito in seconda battuta. Forse è una di quelle cose che arriva in seconda battuta 😉 .
    Bella recensione cara.

    • krishel il said:

      Si esatto. A dir la verità non è la prima volta che mi accade con questa band. Anche Kid A all’inizio non mi era piaciuto e poi è cresciuto sempre più ad ogni ascolto. Lo stesso sta accadendo con questo disco. E’ magnifico, mi sento come una bimba felice che ha scoperto un nuovo mondo quando succede.

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