Il giudice meschino – dietro le quinte della recensione

Quando la mia socia Silvia mi ha proposto di recensire questa miniserie ho storto il naso. Primo perché non è di certo il genere di serie che amo vedere, men che meno se si tratta di produzioni italiane. Secondo perchè avevo paura del fatto che avrei potuto non essere libera di dire quello che ne pensavo. Però lei è riuscita a convincermi e mi sono messa a vederlo con l’occhio di un critico. C’è stata un’enorme differenza tra la prima e la seconda parte. Se per la prima parte continuavo a pensare “ma quando finisce?”, la seconda parte invece è scivolata via tranquillamente tanto il ritmo era serrato e le vicende coinvolgenti. Faccio notare il fatto che la seconda parte è andata in onda ieri sera. Mentre tutti avevano lo sguardo incollato altrove, io stavo vedendo questa opera. Che tutto sommato si è lasciata guardare e ha riservato dei momenti di riflessione, qualche brivido dietro la schiena e un momento surreale di quelli che strizzano l’occhio alla vecchia commedia all’italiana di una volta. E l’attrice che interpretava la giornalista tedesca mi ha ricordato tantissimo la compianta Solveig Dommartin. Stesso sguardo, stesso tipo di bellezza. Ovviamente c’è stato anche lo spazio per tutte le paranoie che mi faccio ogni volta che devo recensire qualcosa con l’aggiunta che adesso si tratta di un pubblico decisamente più ampio del mio blog. Comunque se siete interessati qui c’è la recensione per il Giornale Apollo. Buona lettura.

Il giudice meschino – recensione

Nella prima parte della serie le vicende ci portano direttamente in aula di giustizia dove il giudice Maremmi, interpretato da Gioele Dix,  condanna al carcere un ennesimo figuro legato alla mafia che non trova di meglio che lanciare invettive in dialetto e minacciarlo di morte. Cosa che avviene poco dopo, in maniera del tutto prevedibile. Qui ci si trova di fronte al primo elemento negativo della serie, anche se a mio avviso non è il solo: luso del dialetto nella sua accezione dispregiativa, come simbolo della differenza tra il cosiddetto mondo per bene che usa lidioma italiano e il mondo della criminalità organizzata che parla esclusivamente in dialetto.

Secondo elemento negativo è la presentazione del giudice meschino Alberto Lenzi interpretato da Luca Zingaretti poco convincente nella sua totalità. Ci viene presentato come uno sciupa-femmine, cinico che ha perso la fiducia nel sistema giudiziario e nella capacità di assicurare alla giustizia i criminali. Dopo la morte del suo amico subisce una folgorazione, una sorta di illuminazione sulla via di Damasco e comincia a porsi le domande che prima non si era mai fatto, ad atteggiarsi al giudice puro e santo che desidera fare ammenda per la sue precedente vigliaccheria.

Lunico elemento che sembrerebbe interessante in apparenza, che potrebbe dare un minimo di spessore alla serie è la figura di Don Mico Rota, capo della vecchia guardia mafiosa in carcere ma ancora capace di tenere le fila della sua organizzazione che si deve scontrare con la nuova generazione. Sarebbe stato interessante approfondire questo divario fatto di vecchi codici donore, per cui certe azioni sarebbero state impensabili, e nuove regole più efferate e meno rispettose.

Se la prima parte della serie soffre di una lentezza di fondo e di un disegno frammentario dei personaggi, la seconda parte invece accelera i ritmi narrativi e finalmente riesce a dare pieno respiro alla loro caratterizzazione. Il personaggio più interessante di tutta la serie è sicuramente Don Mico Rota, interpretato magistralmente da Maurizio Marchetti che con le sue storie allegoriche riesce a mettere sulla strada giusta il giudice Lenzi. Con lavanzare delle vicende e delle indagini assistiamo a un buon sviluppo con alcuni ottimi spunti di critica sociale. Lenzi si troverà a indagare su un giro illegale di smaltimento di rifiuti radioattivi che arriva persino in Germania, un giro di affari di cui le giovani leve mafiose vogliono accaparrarsi una cospicua fetta.

Alberto Lenzi, interpretato da un Zingaretti più convincente nella seconda parte che nella prima, riesce a distruggere la piccola rete che Pasquale Rezza, rivale di Don Mico Rota, aveva costruito anche con la collaborazione compiacente di uno dei membri dellindagine: lispettore Brighi. Due momenti di questa seconda parte della serie sono degni di una menzione a parte.

La prima quando membri della banda affiliata a Don Rota fa visita al responsabile dellazienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti. Questi cucinano della verdura che loro dicono sia radioattiva e obbligano il responsabile a mangiarla dicendo in maniera colorita: Tu hai sepolto quelle schifezze nella terra e ora te le mangi e un conseguente momento surreale con il responsabile che corre in ospedale in preda al terrore perché convinto di essere avvelenato.

La seconda invece la vediamo quando lispettore Brighi si rivela come talpa e accusa Lenzi di voler smuovere le acque. Questi fa un discorso lucido e cinico al giudice Lenzi. Secondo lui la gente desidera solo avere i tablet, i gadget allultimo grido e la tranquillità. E accusa il giudice di fare un gioco più grande, di voler smuovere le coscienze proprio lui che, prima della morte di Maremmi,  sembrava non averne una.

Il finale della serie è dolce e amaro allo stesso tempo. Dolce perché, grazie a questa ritrovata coscienza, il giudice Lenzi acquista nuovamente il rispetto del figlio e della ex moglie, nonché della sua nuova compagna. Amaro perché lascia intendere che non è tutto finito lì, che il giudice ha solo toccato la superficie di una struttura minata allinterno dalla corruzione anche se cè spazio per la speranza. Lenzi stesso, dedicando il processo al giudice Maremmi, promette che continuerà la sua lotta contro coloro che inquina la terra per motivi economici. Una speranza per gli spettatori di vedere la giustizia compiersi contro tutti i  criminali che speculano sulla vita delle persone.

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